L’Italia in Libia. Tra mire secessionistiche e gioco sporco d’oltralpe

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L’Italia in Libia

Negli ultimi giorni si susseguono voci su un possibile intervento italiano in Libia. Un Una ridda di affermazioni e smentite, per lo meno da quando il premier del governo di unità nazionale Fayez al Serraj, da poco insediato nella capitale, ha inviato un SOS al premier Renzi, chiedendo l’aiuto dell’Onu per proteggere i pozzi di petrolio nel paese dall’attacco delle milizie affiliate al Califfato. Da qui, le ipotesi di un intervento militare imminente ma, solo poche ore dopo, nel corso del vertice di Hannover in cui si sono incontrati i capi di Stato e di governo di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, lo stesso Renzi ha smentito, ribadendo che Serraj non ha chiesto interventi militari.

In ogni caso, quello del possibile intervento occidentale – e dunque italiano – resta un tema di dibattito. In primo luogo perché il neo insediato governo è stato “creato” dall’Onu anche con l’obiettivo di adire la comunità internazionale per un’azione di stabilizzazione del paese. Allo stato attuale, però, la sua opportunità o, se si preferisce, fattibilità resta tutta da vedere. In primo luogo il governo tripolino non ha ancora la fiducia del parlamento di Tobruk. Nell’est del paese, infatti, è ancora operativo il parlamento eletto nel 2014 che dovrebbe votare la fiducia a Serraj ma non è mai riuscito a raggiungere il numero legale. La minoranza che non ha alcuna intenzione, almeno per ora, di validare il governo voluto dall’Onu è guidata dal generale Khalifa Haftar che con le sue milizie controlla gran parte dell’est del paese. Il generale, poi, e qui sta la parte più delicata, è appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti e soprattutto dalla Francia che, con un equilibrio a dir poco funambolico, in via ufficiale sostiene l’unità del paese e la posizione degli alleati, mentre “per vie secondarie” continua a sostenere i miliziani di Haftar. Nell’Est libico sarebbero, infatti, ancora presenti forze speciali francesi di stanza nella base di Benina, nei pressi di Bengasi. Con loro, sempre secondo indiscrezioni che giungono da più parti, ma naturalmente non confermate, ci sarebbero anche corpi d’élite inglesi. La Francia, poi, fornisce armi ad al Sisi, pagate da Riad, che spesso varcano il confine egiziano verso la Cirenaica. Anche gli emiratini non sono da meno. Solo pochi giorni fa è arrivata direttamente dagli Emirati una fornitura di armi e munizioni e più di 1.000 nuovi veicoli per le forze del generale.

Haftar, insomma, ha ancora numerosi fans nella regione pronti a puntare su di lui e difficilmente, ora che si è rafforzato, abbandonerà la sua posizione. Anzi, è plausibile ipotizzare che con i nuovi armamenti non solo potrebbe intraprendere l’annunciata offensiva contro Derna ma, soprattutto, tentare l’avanzata verso i pozzi della cosiddetta mezzaluna petrolifera, controllati dalle Guardie Petrolifere di Ibrahim Jadran, che di recente hanno espresso il loro sostegno per il Consiglio Presidenziale del neo insediato premier. Questo, d’altra parte, spiegherebbe anche la premura di Serraj nel chiedere l’aiuto della coalizione che in questo caso non sarebbe funzionale a limitare l’avanzata di Isis quanto piuttosto a limitare quella di Haftar.

Haftar più pericoloso di Isis? Forse sì per Serraj. Ma anche l’Italia dovrebbe fare molta attenzione alla spinosa questione. D’altra parte i segnali che giungono dalla Cirenaica non sono dei più incoraggianti. Pochi giorni fa, secondo quanto riportato sul proprio account Twitter dall’analista dell’International Crisis Group Claudia Gazzini, una bandiera italiana è stata bruciata a Bengasi dai fedeli di Haftar per protestare contro le critiche mosse dal ministro della difesa italiano all’esercito libico. Un gesto di una certa gravità, seppure formale, presumibilmente dovuto ad una dichiarazione del ministro Pinotti in cui si ribadisce che l’Italia sarebbe “pronta ad aiutare il governo di accordo nazionale nello stabilizzare il paese, a partire da un’operazione per garantire la sicurezza della missione Onu a Tripoli”. Se a questo, poi, aggiungiamo il già menzionato “gioco sporco” dei francesi, la questione per l’Italia rischia di ingarbugliarsi sia sul piano regionale che su quello internazionale.

Come uscirne? Difficile dirlo, ma forse la chiave di volta potrebbe essere quella di giocare a carte scoperte con la Francia – e di conseguenza anche con l’Egitto – per capire da quale parte intende stare. C’è un governo unitario che si è insediato a Tripoli. Questo governo è stato sostenuto e voluto anche dalla Francia, quella Francia che, però, sostiene Haftar spalleggiando anche l’Egitto di al Sisi per tutelare i propri interessi energetici nella Cirenaica. Se non sarà trovato un compromesso sul destino del generale Haftar che sblocchi il processo di unificazione, la diversità di “programmi” tra i vari Stati coinvolti rischia di distruggere il tentativo unitario e di pacificazione su cui fin qui si è lavorato portando, nella migliore delle ipotesi, alla divisione della Libia, o peggio al suo collasso. Per questo l’Italia – ma anche e soprattutto la comunità internazionale, USA in primis – non può continuare ad essere miope sull’atteggiamento di Hollande e “compagnia”, anche se questo dovesse richiedere una rottura con l’Eliseo.

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