La Libia. Una storia di fratture tra passato, presente e futuro

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Per comprendere l’attuale situazione in Libia e le difficoltà per la realizzazione di un percorso politico unitario, può essere utile fare un salto indietro nel passato. Le rivolte libiche del 2011, infatti, sono state annunciate da alcuni segnali premonitori che affondano le loro radici nella storia del paese, una storia che si snoda lungo i suoi confini interni, non solo geografici, ma anche sociali, economici e culturali, che ne hanno segnato le sorti fin dai primi anni del secolo scorso.

Basti pensare che nell’Impero ottomano la Libia non esisteva. Il suo territorio si componeva dei vilayet di Tripoli e Bengasi, amministrati da due funzionari imperiali. Ad ovest Tripoli, il porto mediterraneo più vicino al deserto, in cui i turchi governavano una società prevalentemente tribale, mentre ad est la Cirenaica presentava una realtà socio-politica più strutturata e a forte connotazione religiosa, tanto che la dominazione ottomana non potè evitare di condividere il proprio dominio con la Senussia, una confraternita mistica con chiare connotazioni politiche, di stanza nell’area. In mezzo il deserto sirtico. Tali fratture si rispecchiano anche nella diversa conformazione geopolitica delle due province. Come ricorda Claudio Segrè in un suo libro degli anni settanta, la metà occidentale della Libia, la Tripolitania, fa parte dell’Africa, quella orientale, la Cirenaica, è più simile ad un’isola greca circondata dal Sahara e dal Mediterraneo.

Le divisioni regionali emersero con forza anche durante la dominazione coloniale italiana e contribuirono a rendere la passeggiata militare di Giolitti una guerra di conquista lunga e sanguinosa. Il pericolo tripolino di lombrosiana memoria si compì, però, in Cirenaica quando le truppe italiane dovettero scontrarsi con la principale forza politico religiosa del paese, quella dei Senussi. Qui, come ben ricorda Sergio Romano nel celebre testo “La quarta sponda”, “il conflitto non è più coloniale ma piuttosto uno scontro tra opposti nazionalismi, quello Senusso che rappresentava la sacra unione tra tutti i musulmani e quello italiano, ferito dopo la sconfitta dell’Abissinia”.

Tanto basta per comprendere le profonde differenze tra le due capitali libiche, espressioni di regioni e tradizioni differenti. Tali divisioni vennero, poi, ancor più acuite negli anni successivi quando, in seguito alla sconfitta dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, la Libia passò sotto il controllo della Gran Bretagna e della Francia. Non bastarono i movimenti politici per uno Stato indipendente a sostenere la creazione di un’unità nazionale e non bastò neppure la proclamazione di un Re della Libia, Idris al Sanusi, a conferire al paese l’idea compiuta di Stato. La Libia che nel 1951 passò sotto il comando di Re Idris era una Nazione unita quasi con la forza dalle ex potenze coloniali, in cui la famiglia dei Senussi era l’unica in grado di offrire un fondamento identitario in Cirenaica ma non aveva nessun legame con la Tripolitania e con il Fezzan. Si narra, a tal proposito che Idris, Sensusso di Cirenaica, appunto, non riusciva a capacitarsi del perché, per governare la Libia, dovesse trasferirsi a Tripoli.

A fare da sfondo a questa divisione regionale, poi, anche la divisione tribale. Le tribù esistono in Libia da tempo immemore e costituiscono un elemento identitario forte per la popolazione, tanto che anche durante il primo esperimento unitario, il Re non potè che concedere grande spazio ai poteri provinciali e locali, rafforzando il ruolo delle varie cabile insediate nel territorio e contribuendo, così, al rafforzamento di un sistema basato sulle disuguaglianze. La nuova Libia, che sulla carta ambiva ad essere una Monarchia federale, nella realtà perpetuò e rafforzò un clientelismo su basi locali, formato da più di 140 tribù.

È questa la Libia che nel 1969, anno del colpo di stato degli Ufficiali Liberi di Gheddafi, si appresta a divenire una orwelliana Jamahiriyya ad uso e consumo del raìs. Servirebbero molte pagine per spiegare il complesso sistema politico, sociale ed economico ideato e realizzato da Gheddafi ma, in linea generale, e con un certo grado di approssimazione, si potrebbe affermare che, grazie anche ai proventi del petrolio egli riesce a gestire il sistema tribale e le divisioni regionali.

Con un’economia che si regge per circa il 95% sulle esportazioni di greggio, la Libia, infatti, può essere considerata a tutti gli effetti un rentier State e come tutti i rentier mediorientali si è trovata a disporre di una ricchezza sterminata la cui redistribuzione è stata fondamentale per garantire la stabilità del regime. L’equazione, dunque, è semplice: il controllo delle risorse che generano la rendita è concentrato nelle mani dell’autorità che può utilizzarlo per reprimere o cooptare la popolazione e, nel caso libico, le tribù. Con questo complesso sistema di check and balances, dunque, Gheddafi riesce bilanciare le fratture del paese ma nel tempo questo take off viene a mancare. Nonostante la liberalizzazione degli anni duemila, infatti, la politica economica libica rimane ancora disarticolata. Per questo, nel tempo, non c’è stato un chiaro miglioramento nella redistribuzione delle risorse che sono confluite nelle tasche della tribù in termini proporzionali alla fedeltà che queste dimostravano al raìs. In altre parole le tribù di aree come la Cirenaica, che pure è il cuore dell’industria petrolifera, ritenute particolarmente ostili o sospette dal Colonnello, ricevevano poco o nulla da Tripoli.

Se, dunque, è vero che nella Jamahiriyya, a differenza di altri Stati della primavera araba, non si soffriva la fame, l’impoverimento progressivo della popolazione, unito all’involuzione repressiva del regime e al palese e smisurato arricchimento delle tribù legate al raìs, ha costituito uno dei detonatori della ribellione del 2011. Saranno proprio queste tribù a sollevarsi per prime nel 2011 conferendo alle rivolte libiche un carattere localistico e tribale. Alla revanscismo tribale post Gheddafiano si sono poi unite milizie e gruppi di varia natura, contribuendo ad un’ ulteriore frammentazione del panorama libico.

Queste divisioni si riaprono, dunque, con forza dopo la morte del raìs e rappresentano oggi una delle principali chiavi di lettura per gli eventi recenti. A ciò si aggiunga che la divisone regionale, seppure con presupposti diversi, sembra essere riemersa con virulenza.
Con ciò non si intende di certo dire che sia auspicabile una partizione del paese ed anzi si ribadisce la necessità di un percorso unitario ma si intende chiarire come un percorso di riconciliazione del paese debba anche tenere in considerazione questi elementi – evitando di essere “calato dall’alto” – affinchè esso possa essere realmente efficace.

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