Accordo tra Turchia e Israele

0
682

Accordo tra Turchia e Israele. Chi vince e chi perde a livello regionale

Dopo sei anni di tensioni Israele e Turchia hanno deciso di mettere da parte i vecchi rancori. Il 26 giugno i due grandi alleati del blocco occidentale della guerra fredda hanno infatti siglato l’accordo che mette fine al contenzioso causato, nel 2010, dal raid di un command israeliano contro la Mavi Marmara, l’imbarcazione turca noleggiata per portare aiuti alla Striscia di Gaza, sotto embargo dal 2006.

Al di là dei punti previsti dall’accordo – tra cui i 20 milioni di dollari che Israele verserà su un fondo di indennizzo per le famiglie delle vittime e il rientro dei rispettivi ambasciatori – l’intesa, come confermato dallo stesso Netanyahu, “avrà enormi conseguenze per l’economia israeliana” e per i rapporti strategici tra i due paesi, soprattutto per quanto concerne la ripresa della collaborazione militare e di intelligence, molto intensa prima della rottura dei rapporti.

Oltre agli evidenti benefici per le parti, però, l’accordo è destinato a mutare anche lo scenario mediorientale. Seppure si tratti di una intesa bilaterale, e senza apparenti velleità di “rinnovata profondità strategica”, le due potenze hanno un ruolo geostrategico e di connettore di alleanze di primo piano nella regione su cui la rinnovata partnership non potrà che influire. Gli sconquassi potrebbero toccare molti paesi dell’area in un rinnovato risiko di alleanze capace di influenzare gli equilibri dell’intero scacchiere. Vale allora la pena tentare di capire chi potrebbe trarre beneficio da questo rinnovato asse e chi invece potrebbe vedere eroso il suo ruolo. Detta in altri termini: chi vince e chi perde dopo l’accordo tra Turchia e Israele?

In primo luogo, e cosa più evidente, perde l’Iran e, di conseguenza, vince l’Arabia Saudita. L’accordo con la Turchia, infatti, segna un ulteriore punto a favore del riavvicinamento di Israele all’asse sunnita ed in particolare a Riad. Si tratta di un processo già in parte in corso da tempo come rilevato anche da molte “indiscrezioni”, naturalmente mai confermate dai diretti interessati, ma che giova ricordare. In termini economici, sarebbero già stati siglati da tempo contratti da diverse centinaia di milioni di dollari tra Riad e Tel Aviv. I Sauditi, di recente, avrebbero comprato droni da combattimento fabbricati in Israele.

Non da ultimo – come ricordato da Emanuele Rossi su Formiche.net – il presidente turco e il ministro dell’energia israeliano Yuval Steinitz si sarebbero incontrati di recente a sugellare l’accordo –  del valore di 1,3 miliardi di dollari – raggiunto, tra il gennaio e il febbraio di quest’anno, tra il gruppo israeliano Edeltech Group e il partner turco Zorlu Enerji, con la statunitense Noble Energy per lo sfruttamento di gas naturale dai giacimenti di Leviathan e Tamar.

Più radicata, poi, la “collaborazione militare”. Furono i sauditi, infatti, a finanziare parte dell’invasione israeliana del Libano nel 2006, in funzione anti-Hezbollah e, due anni dopo, l’operazione Piombo Fuso contro la resistenza palestinese nella Striscia di Gaza. Attualmente i due paesi stanno conducendo insieme la guerra in Yemen, contro gli sciiti Houti. A suggellare questa “amicizia”, poi, il Regno Saudita avrebbe iniziato la costruzione di una sfarzosa ambasciata in Israele. Insomma, una storia già sbocciata ma che dopo l’intesa sul nucleare iraniano ha visto un ulteriore riavvicinamento in nome dell’ostilità del minimo comune denominatore verso il regime sciita iraniano.

Un “vincitore a sorpresa” parrebbe essere anche l’Egitto. Se, infatti, tra il regime di al Sisi e la Turchia di Erdogan non è mai corso buon sangue, a causa del sostegno alla Fratellanza Musulmana di Morsi da parte del leader turco, ora sembra che il sultano sia addivenuto a più miti consigli. Complice, di certo, il rinnovato asse con il baluardo sunnita – a cui la Fratellanza è assai invisa. D’altra parte anche l’Egitto, che non gradisce la vicinanza di Ankara ad Hamas, considerata la costola dei Fratelli Musulmani, potrebbe decidere di chiudere un occhio, anche alla luce del fatto che la Turchia ha comunque accettato la permanenza del blocco marittimo israeliano sulla Striscia di Gaza, ma soprattutto a causa degli affari d’oro siglati dal generale con Riad. C’è un piano di aiuti economici sauditi da 8 miliardi firmato dall’Egitto lo scorso dicembre. Detta in altri termini, seppure difficilmente le posizioni del Cairo ed Ankara potrebbero convergere nello scenario siriano e in quello libico, in cui si trovano su fronti contrapposti, la realpolitik potrebbe comunque riavvicinare i due paesi in nome della salvaguardia e dell’espansione dei comuni interessi geo-economici. Non a caso il 28 giugno il premier turco Binali Yildirim, durante un programma televisivo, ha dichiarato che la normalizzazione dei rapporti tra Turchia ed Egitto è possibile.

Infine, potrebbero perdere i curdi siriani. La Turchia che si è trovata – anche su pressione americana – a dover fare più di un passo indietro nella sua spregiudicata politica regionale, accordandosi con Israele, facendo pubblica ammenda a Mosca per l’abbattimento del Sukhoi e mettendo fine all’ambiguo rapporto con i jihadisti che forse le è valso il terribile attentato di ieri, potrebbe chiedere l’unica contropartita che le resta: la testa dei curdi. Detta in altri termini, per impedire ai i curdi di creare uno stato autonomo alle proprie frontiere, la Turchia potrebbe realizzare il mai sopito sogno di creare una “fascia di sicurezza” a ridosso del suo confine meridionale. La speranza potrebbe essere quella che gli Stati Uniti, visto l’atteggiamento più quiescente di Ankara, chiudano un occhio almeno su questo.

Lascia un commento