Cosa potrebbe restare dopo lo Stato islamico?

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In questi ultimi giorni tutti gli occhi sono puntati su Sirte e Raqqa, roccaforti dello Stato islamico in Libia e Siria. Città distanti, con storie e tradizioni diverse, ma oggi unite dallo stesso possibile destino e cartina al tornasole del futuro dello Stato islamico in Nord Africa e nel Medio Oriente. È fin troppo facile paragonare i due teatri operativi, ma vale comunque la pena tentare di capire cosa stia accadendo e soprattutto chiedersi cosa potrebbe accadere in futuro.

A Raqqa, un tempo opulenta capitale del Califfato abbaside e oggi simbolo della furia delle milizie dell’Isis, tutti gli attori del complesso mosaico siriano stanno portando avanti la loro offensiva. Da nord avanza la coalizione di miliziani riuniti nella Syrian Democratic Force (SDF), composta in larga parte dai combattenti curdi dell’YPG con il supporto aereo americano. Da sud ovest attaccano le truppe dei lealisti con l’oramai consolidato supporto dei pasdaran iraniani, di Hezbollah e soprattutto dei russi che si sono affrettati a riprendere le “armi in mano” per il timore che una possibile vittoria della colazione a guida USA potesse mandare in fumo mesi di operazioni e di importanti successi. Inutile girarci intorno, cacciare il Califfato da Raqqa avrebbe come diretto corollario la conquista di un posto al sole nei futuri assetti del paese. L’operazione del regime è stata denominata “tutti a Raqqa”. Verrebbe da dire “mai nome fu più azzeccato”.

Attori diversi ma strategia simile a Sirte, città natale di Gheddafi e forse anche per questo la più lacerata durante e dopo la guerra del 2011. Anche qui sembra esserci un doppio attacco. A ovest di Sirte, le brigate di Misurata, fedeli, almeno per ora, al Governo di Concordia nazionale. Da est il generale Khalifa Haftar con il suo esercito. Insomma anche qui sembra valere l’assunto che “chi prima arriva meglio alloggia” e che nessuno voglia restare indietro nella partita che potrebbe segnare un punto a favore verso la piena legittimazione.

A Sirte come a Raqqa tutti contro lo Stato islamico ma a ben guardare anche tutti contro tutti. Né in Siria né in Libia pare abbia funzionato l’assunto secondo il quale “il nemico del mio nemico è mio amico” che ha creato le più strabilianti alleanze nella storia delle guerre degli ultimi 1500 anni. Dagli ebrei che si allearono con i persiani sasanidi contro il giogo del romano cristiano impero nel 600 circa, alla “ambigua simpatia” tra il Gran Muftì di Gerusalemme ed Adolf Hitler, fino ad arrivare alle alleanze a geometria variabile del periodo bipolare.
In Siria e Libia il nemico comune lungi dal compattare i diversi fronti ha ulteriormente incancrenito le parti in causa, in un gioco che, nella migliore delle ipotesi, con il possibile annientamento dell’Isis, potrebbe risultare a somma zero.

Cosa resterà, allora, dopo lo Stato islamico? In Siria, verrebbe da dire un po’ bruscamente, la stessa guerra di conquista territoriale ma con un attore in meno. I problemi sul tappeto resterebbero pressoché immutati. La Repubblica islamica non rinuncerà all’influenza su Damasco perché l’asse con Iraq, Siria ed Hezbollah permette alla potenza iraniana di attraversare il Medio Oriente dalla Mesopotamia al Mediterraneo, assicurandole quella proiezione strategica fin qui solo agognata. La rivalità sciiti-sunniti, sintetizzata da Teheran e Riad, è destinata continuare, così come continuerà la presenza dei gruppi filo-sauditi nel territorio. La Turchia continuerà ad anteporre il contenimento dell’autonomia dei curdi a qualunque altra opzione strategica, magari ostinandosi a spingere per la creazione di una “fascia di sicurezza” a nord del paese. Israele continuerà a vedere nella frantumazione della Siria una buona occasione per sottomettere le alture del Golan. Nel frattempo la statua di Saladino che si erge fuori dalle mura della città vecchia di Damasco continuerà a fissare l’occidente, “sconsolata”.

Difficilmente andrà meglio in Libia. Anche qui ci sono due fronti ben definiti con i rispettivi, immancabili, alleati regionali e internazionali. L’Egitto e gli Emirati che parteggiano dichiaratamente per Haftar, la Turchia per Tripoli e in mezzo la pletora di attori internazionali che parlano a più voci e che si barcamenano un po’ verso est un po’ verso ovest nell’attesa di capire quale sarà il carro del vincitore su cui salire. L’eliminazione dei jihadisti, qualora ciò dovesse accadere, non porterebbe a un mutamento della situazione sul terreno. Detta in altri termini non porterebbe certo alla pace tra le varie fazioni e tantomeno tra i misuratini e l’inossidabile generale. E’ quasi surreale che la campagna contro l’Isis sia stata chiamata da Haftar “Operazione Qardabiyya 2”, in riferimento alla storica battaglia della resistenza libica all’occupazione coloniale, che ebbe luogo il 28 e 29 aprile del 1995, a Qasr Bu Hadi nell’area di Sirte, contro le truppe di Miani. Fu una disfatta per l’Italia e motivo di grande orgoglio per i libici, ma fu soprattutto una delle rare occasioni in cui le forze della Cirenaica, della Tripoltania e del Fezzan combatterono unite. Fu forse questo il motivo della vittoria?

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