Sirte liberata. L’Isis se ne va e i problemi restano

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Nelle ultime ore si rincorrono voci sulla “caduta di Sirte”, ultima roccaforte libica dello Stato islamico. Dopo mesi di annunci e smentite, le forze filo-governative di Misurata hanno dichiarato di aver sottratto definitivamente la città ai miliziani dell’Isis. La notizia è certamente importante ma va ridimensionata alla luce di alcuni fattori. In primo luogo vi sarebbero ancora sacche di resistenza in alcune zone vicine a Tripoli e Bengasi e a sud nel Fezzan. Nel deserto libico si era già stabilito il nuovo comando logistico e organizzativo di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI).  Qui i servizi segreti di Algeri hanno localizzato campi e basi logistiche dei qaedisti attivi in territorio algerino e nel Sahel e fonti di stampa estera hanno in più occasioni raccontato di incursioni condotte oltreconfine dalle forze speciali di Bouteflika per annientarli. Da ciò risulta evidente che dire di aver espulso l’Isis da Sirte non significa aver risolto il problema del terrorismo nel paese. 

In secondo luogo, forse non troppo casualmente, la notizia arriva in momento assai delicato per il Consiglio presidenziale di Serraj che deve fronteggiare molti problemi, sia dal punto di vista interno che internazionale. A Tripoli, dove il Governo di Accordo Nazionale si era insediato già nello scorso marzo, le cose non vanno tanto bene. Venerdì scorso, scontri tra gruppi armati hanno causato la morte di otto persone. Poco più di un mese fa alcune milizie avevano fatto irruzione nella sede del Consiglio di Stato di Tripoli, aprendo così la strada al redivivo ex primo ministro Khalifa Ghwell che aveva “colto la palla al balzo” per tentare di reinsediarsi, con i suoi, nella capitale. Pericolo rientrato ma tanto basta per comprendere il caos che regna nella capitale, dove gruppi armati continuano a combattere per affermare i propri interessi. A confermare l’adagio che i problemi non arrivano mai da soli, poi, il Governo a marchio Onu, potrebbe aver perso i due alleati internazionali di maggior peso: Barak Obama e Matteo Renzi. La presidenza americana di Donald Trump sembra destinata a spostare l’asse verso una maggiore convergenza con la Russia e il suo sistema di alleanze regionali. In Libia ciò potrebbe comportare un rafforzamento della posizione del generale Haftar, molto più vicino a Mosca di quanto non lo sia Serraj. Le dimissioni di Matteo Renzi, pur non implicando in alcun modo la fine dell’impegno del governo italiano in Libia accanto al “premier unitario”, potrebbero però privare Tripoli di un interlocutore consolidato. L’annuncio della “liberazione di Sirte”, da questo punto di vista, sembra anche un modo, per la compagine di Serraj, per riaffermare la propria posizione in un momento di grande debolezza. E questa non è una buona notizia.

Infine, allargando uno sguardo poco al di là della Libia, va detto che l’espulsione dell’Isis dal paese potrebbe aver qualche scossone sui vicini regionali di cui è necessario quantomeno tenere conto. Alcuni miliziani, si diceva, hanno abbandonato Sirte rifugiandosi verso l’interno del Fezzan. Altri, però, potrebbero decidere di abbandonare la Libia per altre mete. Uno dei paesi più a rischio è la “fragile Tunisia”. Secondo una dichiarazione rilasciata pochi mesi fa dal ministro della difesa tunisino Farhat Horchani, sarebbero circa un migliaio i tunisini combattenti inseriti nelle fila dello Stato islamico, ora in fuga, che potrebbero decidere di fare ritorno in Tunisia. Eliminare i miliziani del califfato dalla Libia, dunque, non vuole dire mettere in salvo l’intera regione.

Per quanto la notizia della liberazione di Sirte non può che essere positiva, è però necessario prendere atto del fatto che i problemi non finiscono qui. Il terrorismo – che sia chiami Stato islamico, AQMI o altro – è ancora presente nel paese e rischia di bypassare i confini libici. La Libia è ancora un “non Stato” profondamente instabile e diviso, in cui è alto il rischio legato alla sicurezza interna ed in cui manca un’autorità in grado di controllare il territorio. L’errore più grande sarebbe quello di dire “mission accomplished” e lasciare di nuovo la Libia al suo destino. E’ necessario partire da qui, invece, per dare concretamente “il via ai lavori” per un governo che abbia un ampio consenso, che sia capace di ristabilire un barlume di sicurezza nel paese e gestire la necessaria ripresa economica. L’Italia, da questo punto di vista, potrà fare ancora molto.

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