L’accordo sui migranti. Un piano per evitare le morti in mare che fa acqua da tutte le parti

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Nel 2016 sono arrivate via mare in Italia più di 180.000 persone. Più del 90% è partito dalle coste libiche. È evidente che, anche se con un “pelino di ritardo”, qualcosa andava fatto. E così il 2 febbraio il premier italiano Paolo Gentiloni e Fayez Serraj, interlocutore del Governo di accordo nazionale libico, hanno siglato quello che comunemente viene chiamato “l’accordo sui migranti”. Se la cosa non fosse estremamente seria verrebbe da definirlo, con amaro sarcasmo, un accordo che rischia di affondare prima ancora dei barconi. Vediamo perché.

In sintesi l’Italia, con il sostegno europeo, si impegna a fornire supporto finanziario e tecnico agli organismi libici, e in particolare alla guardia costiera, per fare in modo che possa agire in via autonoma nel limitare il traffico dei migranti e per migliorare i centri di accoglienza. Teoricamente tutto bene. Ma la teoria è spesso cattiva consigliera perché tende a mal celare la realtà dei fatti e, a fatti, questo accordo presenta non poche criticità in termini di applicabilità.

Andiamo per gradi e rispondiamo ad alcune domande. Prima questione: con chi abbiamo siglato l’accordo? Con un governo che non governa, verrebbe da rispondere. Il “buon” Serraj non controlla neppure Tripoli. Quotidianamente varie milizie assaltano luoghi nevralgici della capitale per protestare contro la mancata erogazione degli stipendi, per chiedere soldi o per rivendicare porzioni di territorio. Come possiamo pensare che possa davvero implementare un accordo che richiede un controllo totale del territorio e degli attori che qui operano? Detta in altre parole, in una situazione dove il premier è chiaramente ostaggio dei vari gruppi armati, chi garantirà che gli aiuti chiesti alla comunità internazionale arriveranno al governo di Tripoli e non nelle mani delle varie milizie o dei trafficanti?

Serraj, durante il vertice di Roma dello scorso 20 marzo che ha fatto seguito alla firma del memorandum, ha presentato una lunga e costosa “lista della spesa”: 10 navi per ricerca e soccorso marittimo, 10 motovedette, mute, bombole, 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, telefoni satellitari, per un valore di circa 800 milioni di euro. Possiamo solo immaginare quali terribili scenari si potrebbero aprire se tutto questo “ben di dio” finisse nelle mani delle milizie.

Posto, dunque, che l’accordo non è stato siglato da un governo rappresentativo, passiamo alla seconda questione: visto che tutte le azioni previste nel memorandum – dal controllo delle partenze dalle coste libiche a quello dei centri di detenzione – hanno come interlocutore la guardia costiera libica che ci siamo impegnati a finanziare e addestrare, da chi è composto quest’organo?

La risposta non è edificante.  La guardia costiera libica non è certo formata da corpi scelti ma da un magma di soggetti, spesso ex miliziani, corrotti e collusi con i trafficanti. In un interessante servizio della giornalista Nancy Porsia pubblicato anche sul The Post Internazionale, emergono dati molto preoccupanti. Secondo quanto riportato nell’inchiesta, sono proprio i guardia coste a regolare il traffico in molte zone del Paese. C’è di più. Abdurahman Al Milad Aka Bija, capo indiscusso del traffico dei migranti, sarebbe l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya, città distante pochi chilometri da Sabratha, località da cui parte la maggiori parte dei migranti. Siamo proprio sicuri di aver scelto le persone giuste?

Da quanto fin qui detto, non possiamo che porci una terza domanda: ha senso pensare che in un contesto così delineato fornire soldi e medicinali per migliorare le drammatiche condizioni dei centri di accoglienza – che sarebbe più corretto definire di detenzione- abbia un senso? Facciamo una necessaria premessa. I migranti, in linea di massima, arrivano dal sud dell’Africa – Mali, Niger, Ciad etc – passano attraverso il deserto meridionale libico, santuario di numerose organizzazioni criminali e terroristiche, che neanche a dirlo non sono controllate da nessuno dei due “governi” del Paese, e arrivano sulle coste libiche. Qui vengono “smistati” in 34 centri di detenzione; 24 di queste strutture sarebbero gestite dal dipartimento del governo libico che si occupa dell’immigrazione illegale e le altre sono in mano a gruppi criminali.

Posto che nell’anarchia in cui versa il Paese fa un po’ sorridere parlare di “dipartimento del governo libico”, l’Unicef ha chiaramente dichiarato di avere avuto accesso a meno della metà dei centri gestiti dal governo e a nessuno di quelli controllati dalle milizie. Funzionari del ministero dell’interno libico (e anche in questo caso il termine mi pare un po’pretenzioso) hanno dichiarato che spesso gli uomini della guardia costiera non si avvicinano nemmeno alle aree dove si trovano i centri controllati dalle milizie, perché è troppo pericoloso.  Il quadro appare abbastanza chiaro e la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che i nostri aiuti verranno davvero utilizzati per migliorare i lager in cui vengono detenuti i migranti o finiranno, anche in questo caso, nelle mani di uomini senza scrupoli che li utilizzeranno per ben altri scopi? Ipotizzando, con un po’ di ottimismo, dettato più di incoscienza che da reale convinzione, che i 90 uomini della nuova guardia costiera libica addestrati con la missione Sophia, riusciranno davvero ad espletare i loro compiti, ossia fermare i barconi alla partenza, salvare i migranti in difficoltà riportandoli indietro fino al porto di partenza, dove verranno “alloggiati” i migranti? Nei lager sparsi per il Paese? Non mi pare una buona cosa.

C’è poi un’ultima considerazione da fare. A ben leggere tra le righe, il memorandum propone il solito caro binomio “soldi in cambio di contenimento”:il metodo Merkel, utilizzato anche nell’accordo siglato a Bruxelles il 18 marzo 2016 con la Turchia per il rimpatrio dei migranti irregolari. Un bell’affare che, non solo ci è costato tre miliardi di euro subito e altri tre dilazionati nel tempo, ma ci ha anche esposti alle bizze di Erdogan che, ad ogni minima critica europea nei confronti del suo operato, minaccia di riaprire i rubinetti e inondarci degli immigrati che abbiamo deciso di rispedire in territorio turco. Detta in termini forse un po’ brutali, pagare un Paese per tenersi i migranti espone il soggetto “erogatore” a una situazione di “ricattabilità”. Chi ci garantisce che questo non accadrà anche con la Libia che, per di più, manca anche di una chiara leadership?

Sperando di aver peccato di eccessivo pessimismo, e che i fatti smentiscano le considerazioni fin qui avanzate, non possiamo non rimarcare che al momento l’accordo sui migranti nasce su basi piuttosto labili che rischiano mi minarne fin dall’inizio l’applicazione. Nessun accordo in Libia sarà davvero realizzabile senza una preliminare stabilizzazione del Paese, una stabilizzazione che al momento appare tanto difficile quanto necessaria.

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