Bombardamenti americani contro il regime siriano. Se il buongiorno si vede dal mattino …

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Mentre in Italia erano più o meno le due e mezza di notte, gli Stati Uniti hanno lanciato 59 missili da crociera contro la base di Shayrat, in Siria, da dove martedì sarebbero partiti i caccia che hanno sganciato armi chimiche sui civili nell’area di Idlib.  È il primo attacco di Washington contro il regime, perpetrato in risposta all’uccisione di oltre settanta persone – tra cui molti bambini – di cui gli americani ritengono responsabile il regime di Bashar al Assad.

Inutile girarci intorno, nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ci siamo svegliati con un mondo diverso? È di nuovo guerra fredda tra Russia e Stati Uniti, più che ai tempi di Obama?

In apparenza ci sono tutti gli elementi per rispondere affermativamente. Fino a ieri, seppure tra qualche dubbio, eravamo portati a dire che la Siria sarebbe potuta divenire il campo di prova di un nuovo asse tra Mosca e Washington. Un po’ perché Trump aveva inaugurato la propria presidenza al motto di “America first” e, dunque, di un maggiore disimpegno nella politica estera, con un possibile rafforzamento di Putin e del suo sistema di alleanze regionali, e un po’ perché il presidente americano aveva più volte fatto capire che si sarebbe unito alla Russia e a tutti i volenterosi (senza escludere Damasco) nella lotta al terrorismo. Aveva fatto capire tante cose, in effetti, ma a fatti non si era ancora mosso, se non mantenendo le truppe americane sul terreno per preparare l’assedio di Raqqa.

Ora, chi scrive sarebbe felice nel credere che l’ennesima strage di bambini innocenti, morti nel peggiore dei modi possibili, ammesso che ne esista uno, possa davvero far breccia nei cuori dei leader mondiali (compreso quell’insensibile di Trump!), ma purtroppo il timore è che anche stavolta dietro ci sia altro.

In primo luogo Trump aveva bisogno di ricompattare il fronte interno, formato da democratici interventisti (Hillary Clinton in testa) e da repubblicani conservatori. Quale occasione migliore? Il Presidente americano è sì il capo dello Stato più potente al mondo, ma questo non lo mette al riparo dalle opposizioni interne. D’altra parte si parla di impeachment praticamente dal giorno del suo insediamento. Forse il tycoon teme più per la sua poltrona che qualche strale di Putin?

Inoltre, non dimentichiamo che Jared Kushner, genero di Trump, marito della figlia Ivanka, ma soprattutto suo ascoltatissimo consigliere, è un importante esponente della lobby ebraica e probabilmente avrà giocato un qualche ruolo nel suggerire al suocero un’azione capace di accontentare Israele, che, si sa, non ha molto in simpatia Assad.

In secondo luogo, a ben guardare le dinamiche dell’accaduto, si potrebbe anche pensare a un atto dimostrativo da “superpotenza in grande stile”. L’attacco è avvenuto mentre il presidente cinese Xi Jinping era in visita a Washington. Non solo, è stato proprio il segretario di Stato Rex Tillerson a far trapelare l’ipotesi dell’attacco americano nella base siriana in una conferenza con Xi. Quale migliore occasione per mostrare in un solo colpo, forza, rapidità e capacità di agire senza chiedere nulla a nessuno? Un bell’avviso alla Corea del nord e a Pechino se non deciderà di dare una mano.

C’è poi anche una questione di immagine. I repubblicani, ma anche una parte consistente degli americani, non hanno mai perdonato a Barack Obama di non esser intervenuto nel 2013 per punire Assad dopo l’uso di armi chimiche contro civili inermi. L’ex presidente americano, che peraltro fino alla fine ha detto di non essersi mai pentito di questa scelta, è stato da più parti accusato di aver indebolito la leadership degli Stati Uniti in Medio Oriente con questo atteggiamento passivo e poco coerente. Per un beffardo gioco del destino, Trump si è trovato ora nella stessa posizione del suo predecessore. Perché non cogliere la palla al balzo per dimostrare di essere ben più incisivo di lui?

Cosa accadrà è difficile dirlo. Putin ha chiaramente condannato l’azione americana, ma in compenso Trump ha ottenuto il favore di Gran Bretagna, Francia, Germania e, a livello regionale, di Israele, Turchia e paesi del Golfo. Solo i prossimi eventi ci diranno se questo sarà il preludio per un nuovo sistema di alleanze che vedrà gli Stati Uniti a guida della nuova coalizione anti Assad – che, se il buongiorno si vede dal mattino, sarà ben più incisiva, nel bene e nel male, di quella di Obama – o solo uno screzio tra due primedonne che può essere ricucito.

Il problema però resta: se non c’è, anzi se continua a non esserci, una convergenza di idee tra i due attori che davvero hanno il potere di creare un barlume di accordo in Siria (Stati Uniti e Russia a scanso di equivoci) la pace sarà sempre più lontana e la conta delle vittime destinata ad aumentare.

3 COMMENTI

  1. Molto interessante. Ho la sensazione che nell’attacco americano siano prevalenti gli aspetti simbolici e quindi politici in senso lato. C’è, mi pare, la riaffermazione, tous azimouts cioè anche verso gli “amici”, della volontà di Washington di agire coerentemente col suo ruolo e con le sue trabocchevoli capacità di superpotenza; con prontezza e anche con una certa tracotanza, lasciandosi alle spalle le esitazioni della era obamiana. La coincidenza con la visita del leader cinese aggiunge qualcosa in tal senso. C’è, probabilmente, il riflesso di un assestamento interno alla nuova Amministrazione, con il consolidamento dei settori del tradizionale establishment Republican, Pentagono, State Dep. Agenzie etc.Sul piano regionale è presto per dire se il fatto prelude ad un cambiamento di impegno concreto. Certo segnala: ci siamo anche noi e dovrete tenerne conto nel ridisegnare gli equilibri geopolitici in quell’area in cui le scosse di assestamento sono lungi dall’essere terminate.

  2. Secondo la linea di trump neo-con populista isolazionista, alla irvin kristol, quindi non esportatore di demicrazia come democratici e repubblicani il bombardamento non ha senso. Secondo me, era in grande difficoltà per motivi di politica interna ed allora si è piegato al neoliberismo anche lui, vedrete che andrà d’amore e d’accordo alla fine anche con i cinesi.

  3. Sono d’accordo sul fatto che l’atteggiamento “ondivago” di Trump rispecchi le forti pressioni sul piano interno a cui, volenti o nolenti, anche il presidente deve piegarsi se vuole restare in sella. Tale debolezza sul piano interno, però, rispecchia a mio avviso, anche una certa di imprevedibilità “dell’uomo”. Agire sulle necessità del momento per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica, piuttosto che su considerazioni di natura politica e strategica, è una ipotesi che ci espone a rischi incalcolabili.

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