La strage dei copti egiziani. Perché il terrorismo continua a vincere?

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Qualche settimana fa, trovandomi a commentare la visita del Papa in Egitto, alla domanda: “A chi potrebbe dare fastidio questa visita?” ricordo di aver risposto con un esempio che mi piace ancora oggi menzionare. Da tempo, oramai, tra mondo cristiano e mondo musulmano si è creata una spaccatura simile a quella causata da un terremoto che deteriora un edificio. Se questa crepa non viene subito riassettata al suo interno iniziano a germogliare le erbacce. Ecco, il terrorismo nasce dalla spaccatura che c’è tra  cristiani e musulmani. Se ci impegniamo a ricongiungere questa falla il terrorismo perde il terreno su cui attecchire e rischia di restare “schiacciato”. Il Papa ha cercato di farlo recandosi in Egitto il 28 aprile ad incontrare il Grande imam di al Azhar, Ahmed al- Tayyeb. Un gesto simbolico importante ma da cui non potevamo certo aspettarci miracoli. Anzi, è proprio quando si sente minacciato che il terrorismo alza la voce e il livello di violenza. Pochi giorni prima della visita del Pontefice al Cairo i terroristi hanno massacrato più di 50 copti nelle chiese di Tanta e Alessandria. Era il 9 aprile nel giorno più bello e denso di significato per i cristiani: la domenica delle palme e poco meno di un mese dopo, eccoci di nuovo a commentare l’ennesimo attentato. Lo scorso 26 maggio un commando armato di mitragliatrici ha assalito alcuni autobus di copti nella provincia di Minya. Il bilancio è di nuovo drammatico, più di 35 persone morte, tra cui molti bambini.

La strategia dei terroristi, in Egitto, come nel resto del mondo, è molto chiara: far fallire ogni forma di dialogo alimentando la dialettica di uno scontro etnico confessionale e mettere in ginocchio il paese per renderlo un’area fertile per i gruppi jihadisti, più di quanto non lo sia già.

Come se non bastasse quest’ennesimo attentato ha causato una sorta di “reazione a catena” che rischia di destabilizzare ulteriormente anche la vicina Libia, un Paese fallito e in preda all’anarchia che ormai è diventato il santuario del terrorismo in Nord Africa. Cerchiamo di capire perché.

Dobbiamo fare un passo indietro. In Egitto, le rivolte del 2011, la fragilità del sistema che ne è conseguita e il fallimento della proposta islamista della Fratellanza musulmana, hanno alimentato la creazione o il rafforzamento di alcuni movimenti jihadisti nel Paese e la porosità dei confini ha reso più agevoli le infiltrazioni di combattenti da e nel territorio egiziano. Stime governative hanno riferito di almeno una trentina di organizzazioni terroristiche, alcune collegate con gruppi jihadisti con base a Gaza, altre diretta emanazione di al-Qaeda o dello Stato islamico. Le principali formazioni sono attive tra la penisola del Sinai e il Canale di Suez ma ne sono state individuate alcune anche al confine libico. La presenza di organizzazioni jihadiste in territorio libico rischia di aprire un ulteriore fronte, oltre a quello del Sinai, per l’ingresso di miliziani: l’Egitto condivide con la Libia un confine lungo quasi 1.000 km e uno sconfinamento anche dall’ovest stringerebbe il Cairo in una morsa infernale. La “sponda” del presidente egiziano con Haftar, che controlla l’est libico, è dunque funzionale per bloccare le possibili “infiltrazioni”. Anche per questo motivo al-Sisi non ha lesinato nell’invio di armi – soprattutto di provenienza russa e francese – al generale della Cirenaica e anche per questo, dopo l’ennesima strage di copti, ha colto la palla al balzo per entrare in Libia. Forte dell’appoggio di Haftar, è intervenuto direttamente in territorio libico con alcuni raid aerei nell’area di Derna, in cui, secondo lui, si sarebbero addestrati molti degli jihadisti che hanno perpetrato il tragico attentato in Egitto. Ipotesi più che plausibile ma che non può giustificare un’azione militare all’interno dei confini di un Paese senza il consenso del suo governo. Qualcuno potrebbe obiettare: quale governo? Serraj, il premier voluto dall’Onu nel 2016 e considerato – almeno sulla carta – il “legale rappresentante” del Governo di accordo nazionale, non controlla neppure Tripoli, sta perdendo pezzo pezzo alcuni dei gruppi al lui più vicini (vedi i misuratini, il “terzo potere” in Libia). Vero, anzi, verissimo ma, ripeto, questo non giustifica una siffatta azione unilaterale. Il rischio è quello di esacerbare ulteriormente lo scontro tra le due fazioni libiche (Tripoli e Tobruk) e mettere una pietra tombale sull’incontro dello scorso due maggio ad Abu Dhabi tra Serraj ed Haftar che, seppure non avesse prodotto nulla di concreto, era almeno servito a far incontrare i due.

Non serve spendere altre parole per dire come stavolta, più che mai, il terrorismo abbia fatto ben due gol nella partita per la distruzione del Nord Africa e del Medio Oriente: ha messo in crisi la ripresa di un dialogo tra religioni che, anche grazie alla visita del Papa, pareva procedere su una buona strada e ha anche segnato un punto in più nella destabilizzazione della Libia che è una base logistica indispensabile per gli jihadisti.

Non dobbiamo permetterlo. Dobbiamo operare ogni sforzo per ricucire quella frattura ed estirpare quelle erbacce, con il dialogo tra le religioni, certo, ma anche con una politica più forte e coesa per la Libia e per gli altri Stati in preda al caos.

Al momento mi pare che stiamo fallendo su entrambi i punti. Dal recente G-7 sono emerse solo dichiarazioni di massima, deboli e generiche anche sull’unico tema davvero condiviso da tutti: quello della lotta al terrorismo. La speranza è quella che, una volta rientrati dalla splendida Taormina e lontano dai riflettori, i leader che davvero governano il mondo abbiano il coraggio di sedersi a un tavolo e disegnare una strategia chiara e condivisa. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.

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