L’Italia e lo schiaffo di Macron

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Nel 1881 il governo della Terza Repubblica francese, con un’azione di forza, stabilì il protettorato sulla Tunisia, già obiettivo dei propositi coloniali del Regno d’Italia. Fu un attacco durissimo per il nostro governo tanto che l’allora primo ministro, Benedetto Cairoli, fu costretto a dimettersi. La stampa parlò di “schiaffo di Tunisi”, per sottolineare l’umiliazione subita dall’Italia dinanzi all’atto d’oltralpe. Qualche anno più tardi, nel 1935, Mussolini fu costretto dagli inglesi a barattare la conquista “dell’Impero di pietra e di sabbia” dell’Etiopia con l’abbandono di ogni mira sul petrolio iracheno, che rimase in mano ai britannici, e con l’estromissione da ogni possibile attività petrolifera in Medio Oriente.
I più potrebbero pensare che si tratta di eventi oramai consegnati alla storia, eppure oggi, come in un copione già scritto, sembrano tracciare di nuovo la storia dei nostri rapporti con gli “alleati” europei.

Macron, l’attivissimo neo presidente francese, che tanto aveva fatto innamorare gli osservatori italiani con la sua dialettica europeista, sembra decisamente preferire la realpolitik dell’interesse nazionale, tanto amata dai suoi predecessori, allo spirito di solidarietà europea. Dopo aver elargito sorrisini e pacche sulla spalla al premier italiano Gentiloni durante il G7 di Taormina e aver lodato l’Italia per il grande sforzo sui migranti nel Consiglio europeo del 22 giugno, con parole degne del miglior imbonitore – “non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata che stava arrivando e ora servono regole comuni Ue” – eccolo pronto a darci l’ennesimo “schiaffo”.

A neppure 20 giorni da queste dichiarazioni (evidentemente parole al vento), al vertice di Tallin volta le spalle all’Italia che, va detto, per una volta ostinatamente, ha chiesto il necessario aiuto europeo per il contenimento e la gestione dei flussi infiniti di disperati che si riversano sulle sue coste. Poco dopo, probabilmente con il benestare di Donald Trump che ha incontrato a Parigi il 13 Luglio, Macron decide di prendersi la briga di convocare un vertice a Parigi tra Fayez al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale voluto dall’Onu, e il generale Khalifa Haftar, uomo forte dell’est libico che si sta allargando, in armi, in molte zone del Paese.

Nulla di male verrebbe da dire. Pacificare la Libia è un obiettivo prioritario di tutti ed è, peraltro, uno step necessario per migliorare la gestione dei flussi migratori. Tuttavia non è certo il caso di applaudire l’inquilino dell’Eliseo, per lo meno non per noi.  Il giovane ma ben determinato presidente ha appreso presto il significato della “grandeur d’oltralpe” e ha convocato il vertice senza neppure una telefonata a Gentiloni che, a quanto pare, è stato avvertito dell’incontro sia dal Governo di Serraj, sia dai consiglieri di Haftar – con cui, a scanso di equivoci, le autorità italiane sono in contatto. Con una battuta fin troppo scontata è proprio il caso di dire che la persona tradita è sempre l’ultima a venirlo a sapere. Eppure noi italiani siamo gli unici a Tripoli con la nostra ambasciata. Siamo stati soprattutto noi a volere gli accordi di Skhirat del dicembre 2015 per l’insediamento del Governo di accordo nazionale e il ministro Minniti ha lavorato molto con gli attori tripolini per trovare qualche soluzione al problema dei flussi migratori, nella più totale assenza delle istituzioni europee. Macron ha però fatto un’eccezione invitando gli inglesi. D’altra parte si sa, i “due” sono sulla stessa lunghezza d’onda fin dal 2011, quando in tandem hanno praticamente coscritto molti alleati europei tra cui l’Italia a prendere parte ad un’azione militare senza né capo né coda per defenestrare Gheddafi e mettere le mani sulle risorse del paese.

È bene però finirla qui “con i se e con i ma” e guardare avanti. Possiamo ancora fare qualcosa? Partiamo da un presupposto. Criticare la Francia è fin troppo facile ma forse non è del tutto corretto. La Francia fa il suo interesse, forse noi non siamo in grado di fare il nostro. Detto ciò, non dobbiamo restare a guardare sperando che Macron fallisca – anche se difficilmente ci saranno risultati a breve – per avere un’altra chance perché un fallimento non gioverebbe a nessuno e in primo luogo ai libici. Non dobbiamo neppure emulare l’aggressiva realpolitik francese che tanti danni ha fin qui causato (e non solo in Libia). L’Italia ha un certo talento nella diplomazia ma spesso non riesce a concretizzare i risultati ottenuti. Detta in altri termini, è brava a schivare gli avversari fino alla metà campo ma ha il gran difetto di non sapere segnare il gol della vittoria, regalando la partita agli avversari. Purtroppo le faccende internazionali mal si adattano a “una vita da mediano”.

Abbiamo ancora le carte per tentare di avere un ruolo in questo negoziato perché, come già ricordato, con la nostra ambasciata rappresentiamo l’unico punto di contatto occidentale nella capitale, siamo “in confidenza” con i misuratini, uno dei più importanti e numerosi gruppi (armati) del Paese che stiamo supportando con la missione Ippocrate, negoziamo da tempo anche grazie all’Eni con gli attori locali e abbiamo contatti con Haftar. Non resta che tentare, almeno per una volta, di tirare in porta.

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