Cosa andiamo a fare in Niger?

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Ieri, nella seduta congiunta delle camere, si è parlato dell’andamento delle missioni internazionali autorizzate per il 2017 e di quelle da avviare nel 2018. Tra queste spicca quella in Niger, un nuovo fronte per i militari italiani, già impegnati, tra le altre cose, in Libia, Iraq, Afghanistan e Libano. La missione è stata decisa dal governo a legislatura conclusa e verrà votata domani a Montecitorio.

Il nuovo teatro operativo è stato oggetto di numerose discussioni sul fronte politico interno in cui si sono levate voci a favore ma anche forti opposizioni, prima tra tutte, quella del M5S.

Cerchiamo, allora, di far luce su questa missione, cercando di capire in cosa consiste, quali sono le principali criticità in termini operativi e quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia.

Innanzitutto, per lo meno da quanto fin qui dichiarato dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti, l’impegno italiano vedrà coinvolto un primo contingente di 120 militari, che potrebbero arrivare a 470 nel corso dell’anno, con 130 mezzi di terra e 2 mezzi aerei, per un costo complessivo di circa 50 milioni di euro. L’azione è stata pianificata su espressa richiesta del Paese “ospitante” e – seppure le regole di ingaggio non siano ancora state chiarite del tutto-  consisterà, sempre secondo le parole del Ministro, nell’addestramento delle forze locali per il controllo dei confini del Paese, esposto a un massiccio flusso di migranti che, dal Niger, attraverso l’incontrollabile deserto libico, arrivano sulle coste e da qui tentano la traversata verso l’Italia. A parole, dunque, non si tratterebbe di una missione combat ma, per dirla nel gergo tecnico di Security Force Assistance”.

Chiarito, brevemente, il contenuto della missione, andiamo ad esaminare i temi di maggiore dibattito: l’opportunità, i rischi e il ruolo dell’Italia.

Iniziamo da una delle questioni maggiormente dibattute: ha senso per l’Italia schierare un contingente in Niger? Per rispondere dobbiamo allargare lo sguardo al di là dei confini nigeriani. L’intervento nel Paese, infatti, rientra nella strategia di controllo dei flussi migratori che dalla Libia arrivano in Italia. Il Niger, si è detto, è il Paese da cui transitano la maggior parte dei migranti diretti sulle coste libiche (e da qui in Italia). Si è parlato di circa 400.000 persone negli ultimi 2 anni. Il Governo italiano, nella più totale assenza di un supporto europeo, ha messo in piedi nell’anno appena concluso un “piano d’azione” ben preciso, seppure per certi versi fallimentare. Il 2 febbraio dello scorso anno abbiamo siglato un accordo con Fayez al-Serraj per addestrare la guardia costiera libica, abbiamo poi sostenuto degli accordi con alcune tribù del Fezzan (luogo di transito dei migranti diretti sulla costa), infine abbiamo fornito aiuti economici – circa 50 milioni di euro- al presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, per il controllo delle frontiere e la creazione di centri di accoglienza nel Paese. L’idea, evidentemente, era quella di fermarli quanto più possibile vicino alla partenza, o lungo il percorso, per evitare che potessero arrivare sulle coste libiche. Ora, ad essere sinceri,  le  cose non sono andate per il verso giusto e, alla fine, ci siamo trovati a fare accordi con le milizie che gestivano i traffici sulla costa libica per tamponare il problema. Un boomerang che ci si è ritorto contro. Tuttavia, il Niger, anche a fronte dell’attuale instabilità libica e delle evidenti difficoltà di operare in questo terreno, è un tassello importante della strategia italiana e, dunque, la nostra presenza nel Paese, con un’azione ben strutturata potrebbe rivelarsi utile. Questo non deve distoglierci, però, dal nostro obiettivo primario: tentare di stabilizzare la Libia, che è il fulcro del problema (e non solo per la questione migratoria) e questione prioritaria per l’interesse nazionale italiano

Veniamo, ora, al secondo punto. Cosa rischiamo? Quella in Niger, si è detto, non sarà una missione combat ma, a parlar chiaro, il Niger è un Paese ad alto rischio. Qui i traffici illeciti (droga, armi ed esseri umani) sono gestiti sovente da organizzazioni jihadiste. Difficile assicurare che operare in un terreno del genere, anche solo con scopi di addestramento, escluda aprioristicamente azioni di combattimento. Inoltre, è plausibile ipotizzare che la presenza di nuovi occidentali rischi di fomentare attacchi terroristici. Di questo bisogna essere consapevoli. Così come bisogna essere consapevoli del fatto che con una opinione pubblica estremamente sensibile al tema dell’invio di contingenti all’estero, possibili (anche se certo non auspicabili) “incidenti” potrebbero avere ripercussioni interne di cui bisognerà tenere conto.

E veniamo, ora, all’ultima spinosa questione: quale ruolo potremmo realmente avere? Il problema è stato più volte sollevato in conseguenza del fatto che l’area è storicamente presidiata dai francesi. D’altra parte, allargando un po’ lo sguardo all’intero continente africano, noteremo come le ex colonie francesi regalano all’Eliseo ancora il 40% del PIL nazionale. Il franco Cfa, imposto a 14 Paesi africani ha ancora un valore immenso per Parigi. Non è un caso che l’intervento militare in Libia secondo molti sia stato voluto da Sarkozy perché Gheddafi minacciava di sostituire questa valuta con una moneta panafricana. Parigi, poi, è presente da più di quattro anni nel Sahel — con più di 4.000 uomini — con l’operazione Barkhane che ha l’obiettivo di combattere gli jihadisti. Ma in realtà gli  interessi dell’Eliseo sono ben altri, basti pensare che la Francia importa dal Niger il 40% dell’uranio che utilizza per i suoi reattori nucleari. E’ evidente che Macron intenda mantenere il comando delle attività. Tuttavia anche la Francia ha i suoi bei problemi. I sentimenti antifrancesi nelle colonie sono ormai incontenibili. Dai governi alle popolazioni molti invocano l’indipendenza economica dall’ex colonizzatore e di questo risentono anche gli intessi economici d’oltralpe, quelli della Total in primis. Non è un caso se proprio l’attivissimo Macron di recente ha intrapreso un tour africano, che ha toccato anche il Burkina Faso e il Ghana, al grido di “superiamo la Françafrique per una nuova vision nei rapporti con i Paesi africani”. Insomma, non è tutto oro quel che luccica. Forse anche per questo il presidente francese è recentemente volato a Roma da Gentiloni abbracciando l’idea di una partnership maggiormente integrata e lodando lo sforzo italiano in Niger? Voglia di rinsaldare la partnership europea o, più probabilmente, opportunismo “alla francese”? In ogni caso, questo ci offre la possibilità di avere finalmente una voce in capitolo, non solo sulla questione migranti ma anche, con un po’ più di convinzione, nel Mediterraneo che tanto ci riguarda da vicino. Starà al nuovo governo che emergerà dalle elezioni del 4 marzo decidere il futuro dell’Italia nella sua “sponda sud”.

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