“Parlo per evitare che in Italia arrivi un esercito di kamikaze”. Con queste parole un detenuto tunisino, “un pentito della jihad” come da più parti appellato, ha fatto scattare le indagini della Dda di Palermo che ha fermato 15 persone. Tra i reati contestati quello di istigazione a commettere delitti in materia di terrorismo e associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La notizia è rimbalzata nei media e ha generato reazioni allarmate da più parti. Eppure non dovrebbe stupirci.

Nel 2017 sono giunte nel nostro paese dalle coste tunisine, attraverso i cosiddetti “sbarchi fantasma”, circa 3.000 migranti di cui solo 400 identificati. L’Interpol ha documentato 50 sospetti jihadisti arrivati tra luglio e settembre in Italia proprio attraverso questa nuova rotta, notizia poi smentita dall’allora governo italiano ma che per lo meno insinua qualche dubbio. Senza temere di peccare di eccessivo pessimismo, va evidenziato che, trattandosi di “spostamenti” che utilizzano mezzi veloci, come gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti e riescono a raggiungere in poche ore le coste italiane, spesso sfuggendo ai radar, possono essere viaggi piuttosto sicuri anche per possibili infiltrazioni di terroristi. Tuttavia limitare il problema alla sola Tunisia sarebbe riduttivo.

Dopo la stretta sulla rotta libica, si sono aperte nuove strade per i migranti. Negli ultimi due anni sono aumentati gli sbarchi dalle coste algerine diretti in Spagna e Sardegna. Secondo i dati dell’Unchr, nel 2017, sarebbero sbarcate nell’isola italiana oltre 1.800 persone provenienti dall’Algeria, nel 2016 erano state poco più di 600. A riprova dell’ “attrattività” e della pericolosità della rotta algerina, secondo dati diffusi di recente dall’Oim nel dicembre del 2018 più di 60.000 persone sono entrate in Niger nei primi mesi del 2018 dopo essere state abbandonate nel deserto dalle autorità algerine in condizioni disperate. Il dato sembra destinato ad aumentare anche in conseguenza dei possibili mutamenti della situazione interna legati alla sorte dello storico leader Bouteflika, da tempo scomparso dalla scena. Il vuoto di potere che seguirebbe la sua morte, potrebbe far sprofondare il paese nel caos, rendendo ancora più critica la questione legata alle infiltrazioni jihadiste e alla proliferazione di reti criminali che lucrano sul traffico dei migranti. Inoltre, per la sua posizione geografica e la ricchezza del sottosuolo, potrebbe essere il territorio ideale anche per i miliziani dello Stato islamico.

Già nel 2015 l’Interpol aveva trasmesso alle autorità algerine una lista di 1.500 terroristi, molti dei quali affiliati a Isis, che cercavano di eludere il sistema di controllo delle frontiere con il semplice utilizzo di passaporti falsi. Se, dopo la sconfitta nell’ultima roccaforte libica di  Sirte nel 2016 molti combattenti dello Stato islamico si sarebbero recati nel sud libico, accogliendo qui altri membri della diaspora post-Raqqa, ora le maggiori attenzioni della comunità internazionale, impegnata nel contrastare il flusso dei migranti dalla Libia, potrebbe essere un ulteriore viatico per la proiezione algerina dei flussi di terroristi. Il paese nordafricano, per la sua posizione geografica, potrebbe rappresentare un possibile crocevia per il flusso dei migranti dai paesi dell’Africa centrale verso il Mediterraneo, divenendo il nuovo hub di un business ancora molto remunerativo.

Infine, anche il Marocco dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione. La macabra decapitazione delle due ragazze scandinave, uccise alle pendici del monte Toubkal, ha aperto uno squarcio sulla presenza di organizzazioni terroristiche nel Paese, uno degli Stati del Nordafrica fin qui considerato una sorta di isola felice, ai margini di un fenomeno in netta espansione nei vicini regionali. Evidentemente, non è tutto oro quel che luccica. Secondo uno studio del Soufan Center, alla fine del 2017 erano circa 1.700 i foreign fighters partiti dal Marocco per combattere nei teatri levantini, un dato decisamente inferiore a quello di altri paesi del Nordafrica, come la Tunisia, che detiene il triste primato di aver esportato il maggior numero di miliziani nella jihad mediorientale. Tuttavia, molti potrebbero essere rientrati in patria (o sarebbero in procinto di farlo) dopo le sconfitte dell’Isis nelle sue roccaforti di Raqqa e Mosul. Inoltre, nel 2018 il Marocco ha registrato un record di partenze, via mare e via terra, dalle proprie coste, con più di 60.000 arrivi, in prevalenza in Spagna, nel 2018, un dato più che triplicato rispetto a quello dell’anno precedente.

È evidente, dunque, come il maggiore controllo della rotta libica non abbia certo dissuaso i migranti dal partire. Le organizzazioni criminali sono state capace di “riciclarsi” e investire su nuove rotte. Alcune di queste, per le modalità tutto sommato piuttosto “agevoli” di trasporto e per l’assenza di controlli possono essere utilizzate anche da jihadisti o aspiranti tali.

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