Le rivolte arabe del 2011 hanno segnato per l’Egitto numerosi cambiamenti interni che, però, non hanno portato a miglioramenti per la popolazione. Dopo la destituzione dell’ex Presidente Mohamed Morsi, da parte dell’esercito egiziano nel 2013, è Abdel Fattah al-Sisi a guidare il Paese. 

Molto si è detto sulle elezioni del 2014 che lo hanno visto vincitore, con il solito “plebiscito bulgaro”. Centri commerciali e attività chiuse per spingere la gente a votare e la proroga di un ulteriore giorno per le elezioni non sono certo elementi che testimoniano l’entusiasmo popolare per un nuovo voto.

Da allora l’Egitto prosegue su due rette parallele che, per ora, non sembrano volersi incontrare. Da un lato il Presidente ha operato una stretta sulle libertà individuali e di stampa, dall’altra le ambizioni regionali e il ruolo di “attore indispensabile” in molte crisi geopolitiche ne hanno fatto un interlocutore di primo piano per molti Stati regionali e internazionali.

Iniziamo dal primo punto. Con l’obiettivo di riportare ordine e stabilità nelle strade egiziane, al-Sisi ha avviato una leadership repressiva, non meno di quella di Mubarak, tagliando fuori l’opposizione politica, e in particolare la Fratellanza musulmana, stringendo la morsa sulle libertà della società civile. Solo per citare alcuni esempi: dal settembre 2019, anno di alcune proteste di piazza contro il Presidente, nel Paese vi sono stati 2300 arresti tra cui molti difensori dei diritti umani, avvocati e attivisti politici (dati Amnesty International). Nel 2018 è stata approvata la legge sui mezzi d’informazione e sui crimini informatici che ha esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e sulle emittenti radio-televisive. Nell’aprile 2019 è stato indetto un referendum costituzionale per prolungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni, con possibilità di un ulteriore rinnovo. Gli esempi potrebbero continuare ma tanto basta per comprendere la stretta autoritaria del Presidente.

Dall’altra parte al-Sisi mostra notevoli ambizioni regionali che attraggono moli Paesi. Basti pensare che il Cairo ha stanziato in media il 16,5 per cento del proprio bilancio in spese militari e questo gli ha permesso di mantenere buoni rapporti con Russia, Stati Uniti e molti Stati dell’Unione europea (tanto per citare alcuni esempi), attori molto interessati alle commesse militari, supportate dai finanziariamente degli alleati regionali di al-Sisi, sauditi ed Emirati in primis.

Nei disegni del Cairo c’è anche quello di divenire uno snodo regionale per il commercio di energia. L’Egitto è tra i promotori dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) che ha l’obiettivo di sfruttare gli impianti di rigassificazione sulla costa egiziana (e quelli off-shore) come snodo per il commercio di energia verso l’Europa e non solo. Questo consentirebbe al Paese di divenire un importante hub energetico ma anche di svolgere un ruolo di contrappeso al Turkstream – il gasdotto che porterebbe il gas dalla Russia alla Turchia – e ai nuovi accordi tra Libia e Turchia per una zona economica esclusiva nel Mediterraneo orientale. L’Italia in questo caso potrebbe giocare un ruolo importante visto che, come ben noto, il gas egiziano “porta il marchio di Eni”: il giacimento Zhor, rappresenta da solo un terzo della produzione totale di gas del Paese; nel 2019 Eni ha realizzato in Egitto 15 nuove scoperte di gas e una nuova importante scoperta di petrolio. A questo si sommano i rinnovati rapporti con Israele che ha recentemente avviato l’export di gas verso l’Egitto, mettendo un punto definitivo ai vecchi dissidi storici che hanno contrassegnato i rapporti tra i due Paesi per molti anni. 

Da un punto di vista geopolitico, poi, al-Sisi è riuscito ad assumere un ruolo determinante in Libia: è tra i principali alleati del generale Khalifa Haftar e svolge un ruolo di player indispensabile nel gioco di alleanze intra libico, condizionando anche gli attori internazionali interessati al dossier. Gli Stati Uniti sono stati i primi a ricevere al-Sisi alla Casa bianca riallacciando l’alleanza anti-terrorismo tra Washington e il Cairo, dopo il gelo degli anni della presidenza Obama. La Russia non è da meno, oltre ai comuni interessi nella crisi libica, Putin e al-Sisi hanno firmato di recente accordi per 3 miliardi di dollari per un acquisto di armi russe finanziato dall’Arabia saudita e dagli Emirati arabi uniti. Anche l’Italia guarda con attenzione agli sviluppi egiziani. Secondo alcune indiscrezioni, ci sono in cantiere contratti di forniture militari con l’Egitto per (almeno) 9 miliardi di euro. Anche l’Unione europea non si è sottratta a questo “modello”, pur nel difficile tentativo di bilanciare gli interessi economici e la necessità di far rispettare i diritti umani. Nel dicembre del 2018 una risoluzione europea condannava fermamente le continue restrizione imposte ai diritti democratici fondamentali [e] invitava il governo egiziano a rilasciare immediatamente e incondizionatamente i difensori dei diritti umani». Tuttavia, come già accennato, molti Stati europei commerciano con l’Egitto, soprattutto nel settore degli armamenti. Insomma, la politica “restrittiva” sui diritti umani non ferma il business

Davanti a questa evidenza sorge spontanea una domanda: l’Egitto conosce la posta in gioco di una eventuale chiusura diplomatica e politica nei confronti dell’Unione europea e di altri attori internazionali, visti gli affari in corso, soprattutto con alcuni Paesi.  È praticabile una politica più assertiva in termini economici per limitare la deriva autoritaria del Paese? La risposta potrà essere affermativa solo se la comunità internazionale saprà prediligere una strada comune, limitando gli interessi nazionali dei singoli Stati. Cosa fin qui mai avvenuta e che difficilmente potrebbe realizzarsi.

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