Rivolte verso il peggio

Albert Camus, nell’incipit del suo libro l’Uomo in rivolta diceva «La rivolta è una negazione che afferma […] È un No che libera da per rendere liberi di. Il No consegue a una subitanea presa di coscienza e stabilisce il limite che l’individuo non può tollerare venga oltrepassato senza che i suoi diritti siano violati».

Le rivolte arabe, anni dopo, hanno dimostrato l’attualità delle parole di Camus. Quel “No” è stato urlato a gran voce 17 dicembre del 2010, nella cittadina di Sidi Bouzid, nel ventre agricolo e affamato della Tunisia, dopo il gesto di protesta dell’ambulante Mohamed Bouazizi, datosi fuoco per la disperazione nel vedere sequestrato dalla polizia il proprio banco in cambio di una tangente.

Da allora niente sarebbe più stato più come prima, nel suo Paese e neanche in Egitto, Libia, Siria, Yemen e in tutti gli Stati maggiormente interessati dalle proteste.

Oggi, il nostro sguardo su quegli accadimenti è quantomeno disincantato ma allora, almeno per un attimo, i giovani, scesi a migliaia nelle piazze, credevano che da quelle rivolte sarebbe nata una rivoluzione, speravano che il loro dissenso avrebbe travolto il vecchio mondo dei rais per una nuova Nahda, capace di porre fine a decenni di quella che Samir Kassir chiamava «Infelicità araba».

Eppure, oggi, per la maggior parte degli studiosi, quelle rivolte sono fallite.

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